Il Risveglio del Pensiero Mazziniano
- giorgio.passardi
- 8 feb 2024
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di Andrea Sirotti Gaudenzi
La Romagna è stata la culla della stagione più intensa del «risveglio nazionale», quel percorso che avrebbe portato all’avvio del processo di unificazione in cui pochi credevano. Lo stesso Giuseppe Mazzini riconosceva un ruolo fondamentale alle figure di alcuni dei primi martiri del Risorgimento, tra cui venivano segnalati i romagnoli Leonida Montanari e Angelo Targhini. I due giovani i furono giustiziati il 23 novembre 1825 a seguito di un processo condotto con metodi farseschi dalle autorità papaline.
Leonida era nato a Cesena il 26 aprile 1800, in una piccola casa nei pressi di Porta Santi. Edoardo Fabbri lo ricorda come un medico già affermato all’età di 24 anni: «aveva il cuore pieno di gentilezza, d’onore, d’amore della patria».
Angelo Targhini era nato nel 1799 ed era figlio del cuoco del papa Chiaramonti (altro romagnolo). La madre era di origine cesenate. Angelo, pur avendo studiato presso il Collegio romano dei Gesuiti, si era formato sulle opere di Voltaire ed era considerato una «testa calda».
Leonida Montanari, trasferitosi a Rocca di Papa per esercitare la professione medica, entrò in contatto a Roma con Angelo Targhini e, con il nuovo amico, iniziò a progettare un modo per liberarsi delle catene che opprimevano il popolo italiano. I due giovani furono accusati di un attentato avvenuto il 4 giugno 1825 ai danni di Giuseppe Pontini, un carbonaro che sembrava aver tradito la propria “vendita”, trasformandosi in spia ai servizi delle autorità governative. Il processo fu condotto senza il rispetto del diritto di difesa, appositamente per giungere a una sentenza che stabilisse la colpevolezza di Montanari e Targhini, contro i quali - in realtà - nessuna prova era stata raccolta. I due erano colpevoli solo di essere portatori di valori incompatibili con il Governo della Chiesa del tempo e di volere l’unità nazionale. Dagli atti del processo è possibile capire che le autorità non ricercarono affatto la «prova strettamente legale» della colpevolezza, essendo stato ritenuto sufficiente - per comminare la pena capitale - basarsi sull’appartenenza alle sette segrete dei due giovani. Eppure, quel sacrificio dei due «cospiratori contro il governo di Sua Santità» non fu affatto vano e rappresentò un punto fermo nella costruzione del «risveglio nazionale».
Come ebbe modo di scrivere Giuseppe Mazzini, «i fiori, seminati sulla terra che copre l’ossa di Leonida Montanari, non erano ancora appassiti, che sorgevano altri martiri a espiare col sangue quei tre secoli di servitù, ed altri fiori educati da mani fraterne sulla terra del loro sepolcro».
E la storia ci ha consegnato tanti uomini liberi vissuti in Romagna che si ispirarono a quell’esempio.
Basti pensare a Giuseppe Gaudenzi, fondatore del settimanale «Il Pensiero Romagnolo», che fu il grande oppositore dei metodi di uno Stato in cui i grandi valori risorgimentali erano stati compressi da un sistema di potere che troppo spesso trascurava i diritti individuali. Ma non solo: Gaudenzi fu anche un grande mediatore, in grado di dispensare consigli a tutti coloro che ne avessero necessità, alimentando il senso della concordia sociale che avrebbe dovuto ispirare il percorso della Nazione verso il progresso.
E pensare che da giovane, quando infiammava gli animi delle persone appartenenti agli strati più disagiati con i suoi interventi pubblici, qualcuno aveva detto che quel giovane ragazzone, rampollo di una ricca famiglia destinato a una carriera diversa da quella politica, era solo un polemico rivoluzionario. C’era anche chi lo aveva definito «emissario del diavolo», per i suoi interventi a favore della Repubblica e contro il potere esercitato dai Savoia.
Del resto, Gaudenzi, più volte parlamentare, mai giurò fedeltà al re, ma al Popolo italiano. E, nelle elezioni politiche del 1913, ebbe la meglio del giovane (a quei tempi) socialista Benito Mussolini, che - probabilmente - non riuscì mai a digerire quella cocente sconfitta.
Oggi, grazie alla rete, rivive una gloriosa testata come «Il Pensiero Romagnolo», fondata nel 1894 proprio da Giuseppe Gaudenzi, figura di spicco del mondo mazziniano, per dar voce a persone veramente libere. Merce rara - oggi - gli uomini liberi… perché, in fondo, come scriveva (non senza lucido cinismo) Leo Longanesi, un altro romagnolo anticonformista, «non è la libertà che manca in Italia. Mancano gli uomini liberi».
E il risveglio di questa testata vuole essere un impulso al risveglio delle coscienze, recuperando esempi antichi in grado di rianimare l’orgoglio delle nuove generazioni.

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